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Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.

Le evoluzioni del peggio

Si dice che al peggio non ci sia mai fine.
Lo sto imparando. In realtà è da un po’ che lo imparo, visto tutto quello che mi circonda.
La sottile linea rossa che separa la disperazione e la forza d’animo ancora resiste e mi ci attacco con tutta me stessa. Ma fino a quando durerà?

Il corso fuori Roma procede bene. Sono fortunata ad avere amiche come quelle che ho: mi distraggono, consciamente o no, da tutto quello che ho alle spalle e da tutto quello che ho nella testa.

Mai visto (dati certi alla mano) un settembre così atipico, alemno dagli ultimi 300 anni.

Ho un elefante che vuole spuntarmi sul mento. Non lo tocco per paura che si ingrossi fuori misura e mi faccia sembrare la cugina scema della befana.

Divoro libri. Il blog è abbandonato a se stesso da tempi immemori. Oggi è un puro e semplice caso.

Vado a farmi una doccia. Questa giornata sarà ancora lunga ed estenuante.

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Non chiedetemi perchè e per come!

E alla fine mi sono presa la mia pausa di riflessione. Dal mondo del web, si intende.
Da queste parti sono sul play, accelerato, il tasto pause si è scassato già da tempo.
Il periodo non è rosa. Se dovessi definirlo con un colore credo adotterei il marrone.
Quello della merda.
Ma tant’è: qua stiamo e cerchiamo di starci al meglio.
Il bello è che gli oroscopazzi mi dicono (testuali parole!) “la svolta è dietro l’angolo, cambierà tutto in positivo
e non avrai tempo di ricordare le tempeste”. E me lo dicono da dicembre.
Sarà che neppure la primavera è ancora arrivata.
È passato il mio compleanno, sottotono.
È passata la Pasqua, sottotono.
Non vorrei che passassero anche ferragosto e Natale prossimi sottotono, perché…che palle!

Comunque. Sono viva.
Sono solo impicciata a districare il bandolo della matassa.
Se non fosse per sto maledetto gatto che me la incasina sempre di più.

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…è la tua risposta definitiva?

Il momento preciso del giorno esatto in cui tua madre, per la prima volta, ti chiede sei felice, ti senti schiacciata ad un muro con una decina di fucili puntati sulle tempie. La prima reazione è quella di pensare al perché te l’abbia fatta proprio quella domanda. Tua madre che per non essersi posta il problema qualche anno fa, è stata capace di mettere in primo piano i suoi affetti alla tua felicità. Sembro triste? Insoddisfatta? E mentre contempli queste ipotesi ti immagini in mezzo alla gente, con gli occhi degli altri. Come sembrerò alle persone che mi circondano? Le occhiaie delle notti insonni vengono interpretate male? I chili persi vengono tradotti in infelicità? Le risate hanno un ché di isterico anziché di rilassato? E mentre giri il film della tua vita semi sociale pensi a come dovrebbe essere una persona felice, allora. Quale sano aspetto da pubblicità mielosa si confà ad una persona felice? Quali colori indossa per raccontare al mondo quanto bene le va la vita? E nel frattempo dai uno sguardo alla tua figura dall’alto al basso. Capelli: neri. Occhi: neri. Maglia: nera. Gonna: nera. Calze: nere. E non mettere la scusa degli stivali che sono marroni perché mica regge. Decisamente il colore oggi non aiuta. Passiamo all’umore allora: nero. Ma è davvero da queste cose che si distingue una persona felice da una infelice? Cos’altro posso prendere in considerazione per tastare il grado della mia felicità. Se canti, sei felice? O sei solo scemo? O cerchi solo distrazione? Se resti in silenzio per la maggior parte della giornata, sei infelice? O cerchi di concentrarti? O pensi a qualcosa di talmente piacevole che col cavolo che ce lo racconti?
Ci penso su. Lei è ancora li che aspetta una risposta. Che faccio? Contrattacco aggirando l’ostacolo e chiedendo perché me lo chiedi con l’aria più innocente del mondo? No. Con lei non reggerebbe. E allora dico la verità. Si. Si, mamma, sono felice. Nonostante i problemi, nonostante i pensieri, nonostante le paure e le preoccupazioni che ho intorno, io sono felice. Anche se oggi vesto di nero, magari non parlo e non sorrido. Anche se non mi spiego il perché di questa domanda.  

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Da un po’…

…non va.
Prima una settimana di influenza.
Poi un periodo decisamente negativo.
…e per fortuna che c’è Sanremo…

Ma si tornerà alla grande.
Me lo sento.
O no?

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Manuale d’uso

Come comportarsi di fronte ad un portatore sano di pessimismo cosmico di stampo leopardiano?
Propongo la lapidazione, a dimostrazione del fatto che anche le pietre ce l’hanno con lui.

Come comportarsi di fronte ad una depressione nata in seguito alla frequentazione di un portatore sano di pessimismo cosmico di stampo leopardiano?
Propongo un avvelenamento lento con camomilla, a dimostrazione del fatto che il sonno non è sempre negativo.

Come comportarsi di fronte all’insorgere di sintomi di natura ossessiva compulsiva, scaturiti dalla vicinanza di soggetti depressi e pessimisti?
Propongo una corda bella spessa per legare il soggetto alla sedia, a dimostrazione del fatto che si può essere maniaci dell’ordine anche con le persone.

Come comportarsi di fronte alle manifestazioni di esaurimento nervoso corredato da urla e porte e finestre e oggetti contundenti che volano, generato dalla convivenza di soggetti pessimisti, depressi e maniaci?
Propongo una stanza insonorizzata e imbottita, a dimostrazione del fatto che senza le conseguenze di strilli e lanci, non si trova soddisfazione e forse la smetti.

Fatto questo, probabilmente, la sottoscritta troverebbe la pace, riuscirebbe a pranzare tranquillamente e a non avere problemi cardiaci. Forse riuscirebbe anche a dormire, a colloquiare con se stessa, in silenzio e ad avere pensieri normali, al contrario degli istinti omicidi.

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Preghiera in gennaio

Credo che a volte sia meglio mollare che perseverare. Anche se c’hai messo l’anima.
Credo agli occhi di chi non riesce a parlare. E mi stringe la mano in un letto d’ospedale.
Credo che avrei bisogno di un po’ di sole. E di un po’ di notti in più. 
Credo agli urli esplosi e a quelli soffocati. Perchè dietro entrambi c’è sentimento.
Credo che se potessi scegliere, tornerei indietro. Per nonvivere o rivivere alcune cose.
Credo al sospiro prima di dormire. Mi ricorda la fatica.
Credo che la vita sia un riscatto. Non chiedetemi per quale rapimento.
Credo alla porta del mio bagno. Non vuole saperne di chiudersi nonostante le spallate.
Credo che molte persone non sanno dove andare. Figuriamoci il perchè.
Credo allo sforzo della normalità. Che non viene apprezzata quasi mai.
Credo che un segnale basterebbe. Ma un miracolo sarebbe meglio.
Credo alla pioggia battente. La sento, la vedo, la tocco e mi inzuppo.

Non credo alla fortuna cieca. Ci vuole culo. Ma non sfondato.
Non credo che inseguirò un sogno. Perchè sta diventando un incubo.
Non credo alle risate forzate. Mi fanno piangere.
Non credo che basti parlare. A volte si deve urlare.
Non credo a tutte le scuse. Alcune sono state vuote, seppure accettate.
Non credo che un anima maturerà al sole. Se tutte le primavere non hanno funzionato.
Non credo ai cambiamenti improvvisi. Provocano terremoti.
Non credo che rimarrò seduta ad aspettare. Le gambe sono intorpidite.
Non credo alle sigarette. Eppure fumo.
Non credo che si possa andare avanti così. Vedo disperazione.
Non credo a chi si mangia le unghie. Mi hanno sempre fatto schifo le unghie a pelle.
Non credo che io sia stata sempre sincera. E non sono l’unica.    

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…va bene lo stesso?

…fare gli auguri di Natale il giorno di Santo Stefano?
E’ che questo Natale…bho…mica mi è sembrato tanto Natale…
Tanti auguri a che si chiama Stefano…

E arrivederci a dopo capodanno, gente!

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Un po’ di sano autocompiacimento…

Molte persone a me vicine, sanno quanto ami e contemporaneamente odi il mio lavoro.
Non ricevere un compenso quando dai la tua anima in qualcosa, costa. Non solo al portafogli, ma anche alla “spinta motivazionale” che dovrebbe essere alla base di ogni lavoro.

Così…sono felice di comunicare al mondo che ho ricevuto il mio stipendio per questo mese.

Eccolo qui di seguito…

Date: Thu, 8 Dec 2007 03:18:38 -0800
From: *******@yahoo.com
Subject: s***** f******
To: me
Salve Patricia,
interessante e dinamica la lezione di ieri sul Rapporto Unicef.
Sono andata sul sito e ho notato con mia gioia che il rapporto è tutto in italiano e diviso per capitoli. Mi era sembrato di capire che fosse in inglese… ma meglio così!!
E’ interessantissimo anche se ti fa nascere una rabbia incredibile, sul perchè le cose vadano così, nonostante l’evidenza dei fatti!!!
Lo stesso effetto me lo sta procurando il libro di B*****!!!
Sono contenta, nonostante tutto, di fare quest’esame – di rado sono così attuali e interessanti!
Spero di esserci alle prox lezioni, sperando che la mia creatività nell’inventare scuse a lavoro non si esaurisca prima!!!  😉
S***** F******
Gentile dott.ssa,
……
Colgo l’occasione per augurarle buon lavoro e farle i complimenti per come svolge le sue lezioni!!mi dispiace che ne abbia tenuta solo una in questa seconda parte del semestre..sarei venuta molto più volentieri a lezione se ci fosse stata sempre la sua presenza!le assicuro che non è una “leccata” (come forse potrebbe pensare) permettendomi,con il massimo rispetto, sia di usare questo termine sia di scriverle queste ultime righe sovrastanti che non ho e non avrei mai detto ad altri professori della nostra facoltà data la sua giovane età. A maggior ragione, sentendomi vicina a lei, sono rimasta molto colpita da come svolge la sua professione e mi auguro che possa andare avanti, per migliorare le condizioni soprattutto didattiche dell’università italiana, con la speranza che ci siano tanti altri dottori come lei.
Cordiali saluti
V****** S******     

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Connections

Se mi avessero detto qualche anno fa che la mia vita ora sarebbe stata così, avrei riso. Banalità. Senza ombra di dubbio. E’ quello che pensiamo tutti. Raramente possiamo raggiungere qualcosa che ci eravamo prefissati, il destino che avevamo disegnato, le persone che avevamo scelto. Eppure, non per questo è un male. Con i se e con i ma non si va molto lontano.
E neppure con un paio di stivali nuovi. Li abbiamo comprati sabato. Belli da morire, ma maledettamente nuovi..e visto che non sono famosa per un piedino da Cenerentola…credo che oggi lacrimerò sull’asfalto e i sanpietrini della capitale, sulle scale della facoltà, sulle spalle degli studenti. Ecco. Quella della studentessa è una dimensione in cui tornerei subito. Mi piace studiare, non me ne devo vergognare. Ma tanto continuo a farlo anche a due anni dalla mia “uscita” ufficiale dalla “scuola”. Mia sorella invece soffre da morire per lo sforzo che deve fare per conquistare un posto nella sua classe. Brutti voti, professori che “mihannopresodimira” e materie nuove con le quali misurarsi. O pesarsi. Dopo l’ennesimo chilo fatto fuori, testimone la bilancia, ieri mi sono beccata un cazziatone dalla mia signora madre. Inutile dire che sto bene e mi sento bene. Sabato mi porta di forza a fare le analisi. Ma io sabato c’ho ospiti! Come faccio a dire scusate ma dovete restare soli in casa perchè mia madre non può aspettare lunedì per bucarmi (che orrore) le vene? E poi sotto Natale, con la marea di regali che devo comprare. Per quelli si che dovrò svenarmi. Ma Natale altroconsumo? Che ne dite? Sarebbe più significativo e utile. Alle tasche. Lunedì al bar durante un corso ho chiesto un panino. Non ce ne sono, mi hanno risposto. E allora quello che vedo lì cos’è, ho chiesto io. Una tasca, mi hanno risposto. Ripiena. Alla faccia mia.   

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Here I am…

E ora come la mettiamo? Ci sono. Cinque o sei ore davanti a ‘sto pc senza che neppure una briciola riesca a venir fuori. Eppure ne avrei di cose da scrivere, di avvenimenti nuovi, di sensazioni da condividere, di emozioni da celare dietro qualche pensiero indecifrabile. Ma nulla. Non mi sento in colpa. Mi sento solo muta.

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Per informazione e diffusione…

controviolenzadonne.org

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faithfull report

15 novembre 2007
Ore 13e30 circa.
Esterno stazione Termini.

Tre amiche fumano la sigaretta del postfastfoodlunch prima di dividersi e lanciarsi nel traffico della città, ognuna col suo viaggio, ognuna dispersa, ognuno infondo persa dentro ai fatti suoi… 

Un vagabondo con tanto di carrello pieno di valigie, con un cappotto di cammello che gli arriva fino ai piedi, i lunghi capelli bianchi arruffati ma raccolti in una coda approssimativa, la faccia da ragazzino impertinente, un sorriso spezzato da denti gialli e neri, e un paio di scarpe nuove di zecca. Si avvicina a me, hai una sigaretta signorina? Accento spagnolo evidente.Si certo, mi fa anche accendere per cortesia?Come no!Grazie davvero molto gentile, sa me ne vado da qui. Ho chiuso con questo paese. È un paese triste. Brutto. Gesticola moltissimo mentre mi parla. Io lo ascolto. Perché chiedo incuriosita. Perché non è l’Italia questa. Vivo qui da un anno. Ora parto per Barcellona con il primo traghetto. Non ci resto più qui. Gli faccio capire che mi dispiace. Riesco solo a dire, è che oggi piove! No. Risposta secca. Sono stato per un anno in Egitto. Mentre ero lì pensavo all’Italia, al sole, al mare, alla bella gente, all’allegria. Il posto giusto dove vivere, la gente sarà libera e tranquilla. Parto arrivo qui e vedo solo musoni che corrono e cercano di guadagnare soldi, ma che te guadagni se poi non vivi? Guadagnano meno di mille euro al mese ma poi davanti allo specchio si spruzzano dolcegabbana manco pigliassero diecimila euro al mese. Me ne vado perché non capiscono che se continuano a fare così diventano scemi. E tanto lo sono già mi dispiace solo per le donne. Loro si che mi mancheranno le donne italiane. Perché voi siete belle e intelligenti ma avete un problema. Gli uomini italiani che sono imbecilli. Prima stavo mangiando un panino in un bar, per scherzare ho fatto una linguaccia alla ragazza del banco e lei rideva, oh come rideva, ma uno dei suoi colleghi mi ha detto vai fuori scemo. Lui è uno degli imbecilli. Pensa solo a guadagnare. E quando se la fa una risata. Voi donne invece volete ancora ridere. Ho detto, allora non è perché piove che ci vedi tristi. Gli ho sorriso. Mi ha sorriso. Mi ha detto, è stato bene che mi hai dato questa sigaretta. Tempo ben speso. Me ne vado col sorriso, e forse torno.   

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…I’m shacking up…

Se mi chiedessero di mettere nero su bianco tutto quello che ho dentro, come in un tema poco creativo delle scuole medie, entrerei in crisi. Non tanto per un improvviso congelamento delle dita visto il freddo che ho in questo momento, quanto per un’impossibilità, consapevole o meno, di  sospendere un pensiero per renderlo fermo ed esplicabile. Da quando vivo questo mio nuovo stato civile, peraltro non riconosciuto dagli dèi pagani, religiosi e civili, ho una marea di cose a cui pensare, da fare, da disfare ecc, ecc. La sensazione più bella è stata quella di ieri sera, tornati dal fine settimana dai suoi, dai quali è stato difficile staccarci, rientrando in casa e pensando di stare ancora un po’ male per l’arrivederci, ci siamo guardati e abbiamo capito per la prima volta che eravamo tornati a casanostra: si, tutto d’un fiato che rende meglio. Sta crescendo lentamente, prende forma e colore, assume i nostri tratti, con i suoi faretti e le mie stoffe, con i suoi incastri e le mie sovrapposizioni. Ci manca il viaggio all’Ikea e il quadro è completo. E l’albero. Lo faremo al risparmio questo Natale, ma l’albero non mancherà. Lo dicevo io che dovevo conservarlo tutto quel polistirolo dei mobili…i pacchetti che attaccherò insieme alle palline e alle luci saranno a costo zero ed effetto assicurato…

 

Passando alla mia vita fuori dall’alcova, ho rivisto Alessia finalmente dopo un sacco di tempo (e Pietro che non crede che quello che scrivo è anche per tenere aggiornata lei). E poi ho sentito Antonella, rivisto Flavia, Mariangela e Marta, rivisto Spiro, appreso di cambiamenti, novità nella vita di tutti, praticamente. E vorrei sentire altre persone che non sento da tempo, chiedere morbosamente di tutto quello che è stato dopo quel distratto e poco convinto cisentiamopresto di circostanza, di quello che è ora, avrei voglia di chiedere come stai? stavolta convinta e attenta alle inflessioni meno visibili della voce. Una alla volta le chiamerò queste persone. E magari tra un vaffa e un ciao smorzato tra i denti, qualcuno contento di risentirmi nonostante tutto, ci sarà…

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