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Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.

Basta poco…

per sentirmi meglio dovrei solo infilare le mani in una ciotola di farina di grano tenero o di fagioli rossi messicani secchi…o girare con un grosso cucchiaio di legno un secchio di vernice rossa. O correre scalza su un prato che ha ancora la brezza della notte, o su una spiaggia bianca dopo un temporale estivo. O ascoltare, fuori da un asilo, le urla dei bimbi durante la ricreazione o il canto delle mondine di inizio secolo in una giornata di sole di maggio.

Basterebbe poco…

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…back…

Non era stato un abbandono definitivo il mio non ci credeva nessuno tantomeno io ma la vita è una spirale e riesce ad ingannarti e a farti invertire l’ordine di priorità delle cose e finisci per mettere al primo posto la vita fuori piuttosto che la vita dentro novità quasi zero a parte le delusioni ma quelle non sono novità sono solo il ripetersi incessante dei saperi condivisi come quando ti senti dire ma come non sapevi che questo giochetto funzionava così rispondi di si ma dentro poi ogni giorno si spezza qualcosa e cerchi di recuperare con un sorriso di quelli che appartengono alla categoria della gente fintamente vissuta

Non mi spaventa più la perdita delle cose materiali e non che mi avesse mai spaventato abbastanza però poi ognuno ha qualcosa a cui è legato da sempre e anche a costo di passare per superficiale non vorrebbe staccarsene mai ecco adesso sono nella fase evolutiva per cui mi aspetto di iniziare a levitare da un momento all’altro sopra le altre teste che mi osservano e si aspettavano da tempo qualcosa così li accontenterò come ho sempre fatto come credevano fosse dovuto

Penso che avrei potuto pensare ad un ritorno migliore ed in grande stile ma se lo sarebbero aspettato tutti e allora non vale

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Le evoluzioni del peggio

Si dice che al peggio non ci sia mai fine.
Lo sto imparando. In realtà è da un po’ che lo imparo, visto tutto quello che mi circonda.
La sottile linea rossa che separa la disperazione e la forza d’animo ancora resiste e mi ci attacco con tutta me stessa. Ma fino a quando durerà?

Il corso fuori Roma procede bene. Sono fortunata ad avere amiche come quelle che ho: mi distraggono, consciamente o no, da tutto quello che ho alle spalle e da tutto quello che ho nella testa.

Mai visto (dati certi alla mano) un settembre così atipico, alemno dagli ultimi 300 anni.

Ho un elefante che vuole spuntarmi sul mento. Non lo tocco per paura che si ingrossi fuori misura e mi faccia sembrare la cugina scema della befana.

Divoro libri. Il blog è abbandonato a se stesso da tempi immemori. Oggi è un puro e semplice caso.

Vado a farmi una doccia. Questa giornata sarà ancora lunga ed estenuante.

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…è la tua risposta definitiva?

Il momento preciso del giorno esatto in cui tua madre, per la prima volta, ti chiede sei felice, ti senti schiacciata ad un muro con una decina di fucili puntati sulle tempie. La prima reazione è quella di pensare al perché te l’abbia fatta proprio quella domanda. Tua madre che per non essersi posta il problema qualche anno fa, è stata capace di mettere in primo piano i suoi affetti alla tua felicità. Sembro triste? Insoddisfatta? E mentre contempli queste ipotesi ti immagini in mezzo alla gente, con gli occhi degli altri. Come sembrerò alle persone che mi circondano? Le occhiaie delle notti insonni vengono interpretate male? I chili persi vengono tradotti in infelicità? Le risate hanno un ché di isterico anziché di rilassato? E mentre giri il film della tua vita semi sociale pensi a come dovrebbe essere una persona felice, allora. Quale sano aspetto da pubblicità mielosa si confà ad una persona felice? Quali colori indossa per raccontare al mondo quanto bene le va la vita? E nel frattempo dai uno sguardo alla tua figura dall’alto al basso. Capelli: neri. Occhi: neri. Maglia: nera. Gonna: nera. Calze: nere. E non mettere la scusa degli stivali che sono marroni perché mica regge. Decisamente il colore oggi non aiuta. Passiamo all’umore allora: nero. Ma è davvero da queste cose che si distingue una persona felice da una infelice? Cos’altro posso prendere in considerazione per tastare il grado della mia felicità. Se canti, sei felice? O sei solo scemo? O cerchi solo distrazione? Se resti in silenzio per la maggior parte della giornata, sei infelice? O cerchi di concentrarti? O pensi a qualcosa di talmente piacevole che col cavolo che ce lo racconti?
Ci penso su. Lei è ancora li che aspetta una risposta. Che faccio? Contrattacco aggirando l’ostacolo e chiedendo perché me lo chiedi con l’aria più innocente del mondo? No. Con lei non reggerebbe. E allora dico la verità. Si. Si, mamma, sono felice. Nonostante i problemi, nonostante i pensieri, nonostante le paure e le preoccupazioni che ho intorno, io sono felice. Anche se oggi vesto di nero, magari non parlo e non sorrido. Anche se non mi spiego il perché di questa domanda.  

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Monopoli

(Siamo al via) Si prevedono grossi sacrifici all’orizzonte.
Ci sto. Va bene, non mi pesa.
(Tiro i dadi) Alto rischio, qualunque strada si percorra.
Ci sto. Va bene, non mi pesa.
(Costruisco una casa o passo) Le indecisioni sono all’ordine del giorno.
Ci sto. Va bene, non mi pesa.
(Aspetto che arrivi il mio turno) Sarò coinvolta in prima persona.
Ci sto. Va bene, non mi pesa.
(Tocca a me) …

Ma alla fine del gioco, il premio, sarà la tranquillità?

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Manuale d’uso

Come comportarsi di fronte ad un portatore sano di pessimismo cosmico di stampo leopardiano?
Propongo la lapidazione, a dimostrazione del fatto che anche le pietre ce l’hanno con lui.

Come comportarsi di fronte ad una depressione nata in seguito alla frequentazione di un portatore sano di pessimismo cosmico di stampo leopardiano?
Propongo un avvelenamento lento con camomilla, a dimostrazione del fatto che il sonno non è sempre negativo.

Come comportarsi di fronte all’insorgere di sintomi di natura ossessiva compulsiva, scaturiti dalla vicinanza di soggetti depressi e pessimisti?
Propongo una corda bella spessa per legare il soggetto alla sedia, a dimostrazione del fatto che si può essere maniaci dell’ordine anche con le persone.

Come comportarsi di fronte alle manifestazioni di esaurimento nervoso corredato da urla e porte e finestre e oggetti contundenti che volano, generato dalla convivenza di soggetti pessimisti, depressi e maniaci?
Propongo una stanza insonorizzata e imbottita, a dimostrazione del fatto che senza le conseguenze di strilli e lanci, non si trova soddisfazione e forse la smetti.

Fatto questo, probabilmente, la sottoscritta troverebbe la pace, riuscirebbe a pranzare tranquillamente e a non avere problemi cardiaci. Forse riuscirebbe anche a dormire, a colloquiare con se stessa, in silenzio e ad avere pensieri normali, al contrario degli istinti omicidi.

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Promemoria o riflessione?

Ho 2 soppracciglia. Quello sinistro è un po’ curvo. Mi da un espressione particolare. Quando rido lo faccio a metà, quando piango lo faccio a metà. Se guardo qualcuno sembra che abbia lo sguardo strano e se mi guardo allo specchio credo di non essere simmetrica.

C’è il sole, ma c’è anche il freddo. Ho messo 1 bottiglietta d’acqua sulla finestra per riscaldarla un po’. Ho sempre avuto i denti troppo sensibili.

Leggo tutte le mail che mi arrivano, e a tutte rispondo. Oggi ne avevo 28.

Domani siamo a cena fuori tutti insieme e sabato siamo tutti a cena a casa mia. Stasera probabilmente siamo a cena dai miei. 3 mangiate di lusso.

Gli stivali numero 39 non mi fanno più male. Li ho messi con la pioggia, la pelle si è ammorbidita e ora sono comodi. E belli.

Ieri, con una folata di vento, qualcosa è entrato nel mio occhio alle ore 09.23. Ne è uscito un pezzettino di cemento, alle 19.53. Questa notte non ho chiuso occhio.

Dovrei leggere 156 pagine di documenti per un progetto. Prima li trasforo da pdf a doc. Li traduco. Li accorcio. E poi li stampo. Non posso stare troppo al pc.

Ho solo 4 minuti per non pensare a niente. Una sigaretta. Lasciatemela fumare.

 

 

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Trattato sulle teorie dell’apprendimento moderno

Le cose si imparano per “trasferimento”, o per “osmosi”.
In genere, il trasferimento include un certo grado di consapevolezza che l’osmosi non prevede: nel primo apprendi per una specie di imposizione esterna, nella seconda apprendi per natura. Ed è così che per osmosi si impara quello per cui si è portati e per trasferimento, in base all’elasticità mentale, un po’ tutto. Se si nasce con l’animo di una sarta, verrà naturale notare cuciture, prestare attenzione a rifiniture ed imparare con molta facilità come si debba fare un orlo e magari trovare soluzioni originali per riattualizzare quella vecchia gonna della nonna. Allo stesso tempo, se si nasce con l’anima del meccanico, sarà più semplice aiutare l’amico in panne con la propria auto. Non che questo condizioni tutta un’esistenza, se non nella misura in cui alcune volte possiamo sostenere enunciati del tipo “Probabilmente se non avessi deciso di diventare Avvocato sarei diventato sicuramente un cuoco”.Il processo osmotico, per definizione, non prevede accettazione da parte del ricevente e non prevede attivazione da parte del donatore. Ovvero non prevede quello che succede nel trasferimento: “Ora ti insegno a guidare”. “Grazie, da dove si inizia?”.“Metti il piede qui, la mano qui, la cintura così”. “Se spingo questo pedale cosa succede?”. “Procedi in questo senso”. Ecc. L’osmosi è silenziosa, il più delle volte invisibile ed inconsapevole. Molte volte si attiva contemporaneamente al processo della curiosità. Avviene spesso attraverso la tecnica dell’osservazione partecipante e non accetta quasi mai di mutarsi in trasferimento, palesando il suo processo agli occhi dei partecipanti. Per osmosi ho imparato a cucinare, ad utilizzare il pc, a truccarmi, a stirare, a dipingere, ad aggiustare le parti elettriche degli elettrodomestici, a civettare, a raccogliere patate e pomodori, a nuotare, a fumare, a lavorare e probabilmente ad amare. Per trasferimento ho imparato a parlare, a leggere, a cucire, a scrivere, a camminare, a fare il pane, ad andare in bicicletta, a stare in mezzo alla gente, ad attaccare un quadro, a pulire casa, a pagare le bollette,  a rifare il letto. Mi incuriosiscono questi processi di apprendimento. Ci tornerò su.  
   
Tutto questo è stato partorito dalla mia insana mente, mentre ero nel traffico in macchina sotto la pioggia.
Per fortuna non guidavo io.     

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Preghiera in gennaio

Credo che a volte sia meglio mollare che perseverare. Anche se c’hai messo l’anima.
Credo agli occhi di chi non riesce a parlare. E mi stringe la mano in un letto d’ospedale.
Credo che avrei bisogno di un po’ di sole. E di un po’ di notti in più. 
Credo agli urli esplosi e a quelli soffocati. Perchè dietro entrambi c’è sentimento.
Credo che se potessi scegliere, tornerei indietro. Per nonvivere o rivivere alcune cose.
Credo al sospiro prima di dormire. Mi ricorda la fatica.
Credo che la vita sia un riscatto. Non chiedetemi per quale rapimento.
Credo alla porta del mio bagno. Non vuole saperne di chiudersi nonostante le spallate.
Credo che molte persone non sanno dove andare. Figuriamoci il perchè.
Credo allo sforzo della normalità. Che non viene apprezzata quasi mai.
Credo che un segnale basterebbe. Ma un miracolo sarebbe meglio.
Credo alla pioggia battente. La sento, la vedo, la tocco e mi inzuppo.

Non credo alla fortuna cieca. Ci vuole culo. Ma non sfondato.
Non credo che inseguirò un sogno. Perchè sta diventando un incubo.
Non credo alle risate forzate. Mi fanno piangere.
Non credo che basti parlare. A volte si deve urlare.
Non credo a tutte le scuse. Alcune sono state vuote, seppure accettate.
Non credo che un anima maturerà al sole. Se tutte le primavere non hanno funzionato.
Non credo ai cambiamenti improvvisi. Provocano terremoti.
Non credo che rimarrò seduta ad aspettare. Le gambe sono intorpidite.
Non credo alle sigarette. Eppure fumo.
Non credo che si possa andare avanti così. Vedo disperazione.
Non credo a chi si mangia le unghie. Mi hanno sempre fatto schifo le unghie a pelle.
Non credo che io sia stata sempre sincera. E non sono l’unica.    

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310

Ieri. Scendo dal treno. Affannata (solito ritardo di 20 minuti). Corro verso il 310 che mi porta dritto in ufficio. Vedo da lontano: l’autobus è già strapieno. Tentativo di entrare nella porta dell’autista fallito tragicamente causa calcio di una filippina con carrello della spesa e carrozzina contenente pargolo ululante. Tentativo di entrata nella porta di mezzo riuscito per il rotto della cuffia. Le porte si chiudono, uno studente, evidentemente di architettura recita tutto il calendario ecclestiastico: la cartellina con i disegni si è incastrata nelle porte. Viaggiamo con mezza cartellina dentro e mezza fuori. Temperatura interna sopra la media stagionale estiva. Aliti, ascelle, piedi e umori di qualsiasi età e provenienza si mescolano. Infilo il naso nella sciarpa per provare sollievo nello spruzzo di profumo che per fortuna non ho dimenticato di mettere, prima di abbandonare casa. Una signora, dopo la prima fermata, mi intima, nel vero senso della parola, di spostarmi da dove mi trovo, ti consiglio di buttarti sopra di me, basta che ti togli da lì. E mi indica un signore di mezza età di spalle. Ascolto il consiglio. Mi sposto. Praticamente la abbraccio. Mi volto per capire il motivo della sua premura. Il signore di prima inizia a palpeggiare una donna. Nel caos lei non se ne accorge. Lui continua. Lei scende. Sono scese un po’ di persone, l’autobus è leggermente più vivibile. Cambia donna. Stessa procedura: lei di spalle, lui dietro di lei. Inizia il suo lavoro, con un crescendo di intensità e bava alla bocca. La signora stavolta se ne accorge. Si volta rabbiosa. Lui la guarda. Sogghigna. Si apre l’mpermiabile e…si. Tutto all’aria aperta. Tutto alla luce del sole. Contemporaneamente si aprono le porte. L’autobus si svuota come per magia.

Pensavo che l’esibizionista fosse esistito solo negli anni settanta, mi dice la signora premurosa.
Evidentemente no, rispondo io. Grazie per prima.
Oh, figurati, ci mancherebbe.
Buona giornata signora.  
Anche a te, cara.

La saluto. Mi incammino verso l’ufficio.

Memorie allucinanti delle mie giornate a Roma.

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Here I am…

E ora come la mettiamo? Ci sono. Cinque o sei ore davanti a ‘sto pc senza che neppure una briciola riesca a venir fuori. Eppure ne avrei di cose da scrivere, di avvenimenti nuovi, di sensazioni da condividere, di emozioni da celare dietro qualche pensiero indecifrabile. Ma nulla. Non mi sento in colpa. Mi sento solo muta.

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traccia su rete=web log=blog

Sono stata fuori per lavoro per qualche giorno. Tra corsi, convegni, impegni…e ieri ero di nuovo a Roma. Ho rivisto gli studenti del laboratorio dello scorso anno. Ero così contenta ieri…era la prima lezione del nuovo corso, così ho accolto i nuovi studenti. Ho voluto ci fossero entrambe le classi per una specie di passaggio del testimone…deve aver funzionato…hanno fatto gruppo dopo cinque minuti…e io li guardavo come una mamma chioccia che vede i suoi pulcini giocare al parco con gli altri…

Mi è dispiaciuto parecchio essere lontana…uff…la settimana prossima ricapiterà…e non sono felice all’idea di correre di nuovo come una gazzella inseguita da un leone…Comunque…siccome mantengo le promesse, raccolgo l’invito della mia blogamicacompaesana, che con piacere non mi risparmia mai e rifletto sul mio “esercizio” quotidiano (così lo chiamai la prima volta che scrissi qualcosa)…

Premetto che io sono felicissima di avere questo spazio, di scrivere, di leggere e di tutto ciò che ne deriva. Mi diverto. E ogni tanto mi ci appoggio a questo blog. Non la vedo solo come una forma di esibizionismo. Per ora non credo che smetterò di scriverlo. E quando sono lontana per qualche motivo mi manca(te) un po’. E quando mi viene in mente una cosa da scrivere odio non poterlo fare in tempo reale. Tanto che ho risolto facendomi accompagnare da lui.    

Quindi iniziamo con il meme…. 

Cosa ti ha spinto a creare un blog?
Uhm…la curiosità verso tutto ciò che è nuovo sicuramente, ma il grosso del lavoro l’ha fatto un “chi”: una persona che mi ha lasciato di buono questo blog, un bel libro, qualche foto e un paio di persone alle quali mi sono affezionata da morire.

Il tuo primo post?
Argh…ancora non ho cancellato quello generato automaticamente da wordpress!!!!Comunque era il 7 giugno del 2006 e pubblicai la risposta di Lars Von Trier al premio “cinema per la pace”. Il primo post personale è qui.

Quello di cui ti vergogni di più?
In realtà ho scritto sempre con cognizione di causa e di conseguenza…non mi vergogno di nessun post…ma mi sento cretina ad aver scritto questo, perchè sapevo da quel lontano giugno che sarebbe arrivato un momento in cui avrei scritto quelle cose.

Quello di cui vai più fiera?
Questo.
Ne vado fiera perchè sono riuscita a riconoscere con me stessa il fallimento delgi intenti e il trionfo della confusione. Ma poi alla fine mi ha portato dove sono…quindi va bene così.

 

La palla come al solito la passo a Gioietta, a Benessere, ad Alberto-one, e l’avrei passata a Joe, ma ha suicidato il suo coffe&cigarettes e ora non so dove andare a ritrovare la magnifica carrellata di giochini divertenti….arrivederci clochard…

Ovvio che anche chi vuole può raccogliere la palla!

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faithfull report

15 novembre 2007
Ore 13e30 circa.
Esterno stazione Termini.

Tre amiche fumano la sigaretta del postfastfoodlunch prima di dividersi e lanciarsi nel traffico della città, ognuna col suo viaggio, ognuna dispersa, ognuno infondo persa dentro ai fatti suoi… 

Un vagabondo con tanto di carrello pieno di valigie, con un cappotto di cammello che gli arriva fino ai piedi, i lunghi capelli bianchi arruffati ma raccolti in una coda approssimativa, la faccia da ragazzino impertinente, un sorriso spezzato da denti gialli e neri, e un paio di scarpe nuove di zecca. Si avvicina a me, hai una sigaretta signorina? Accento spagnolo evidente.Si certo, mi fa anche accendere per cortesia?Come no!Grazie davvero molto gentile, sa me ne vado da qui. Ho chiuso con questo paese. È un paese triste. Brutto. Gesticola moltissimo mentre mi parla. Io lo ascolto. Perché chiedo incuriosita. Perché non è l’Italia questa. Vivo qui da un anno. Ora parto per Barcellona con il primo traghetto. Non ci resto più qui. Gli faccio capire che mi dispiace. Riesco solo a dire, è che oggi piove! No. Risposta secca. Sono stato per un anno in Egitto. Mentre ero lì pensavo all’Italia, al sole, al mare, alla bella gente, all’allegria. Il posto giusto dove vivere, la gente sarà libera e tranquilla. Parto arrivo qui e vedo solo musoni che corrono e cercano di guadagnare soldi, ma che te guadagni se poi non vivi? Guadagnano meno di mille euro al mese ma poi davanti allo specchio si spruzzano dolcegabbana manco pigliassero diecimila euro al mese. Me ne vado perché non capiscono che se continuano a fare così diventano scemi. E tanto lo sono già mi dispiace solo per le donne. Loro si che mi mancheranno le donne italiane. Perché voi siete belle e intelligenti ma avete un problema. Gli uomini italiani che sono imbecilli. Prima stavo mangiando un panino in un bar, per scherzare ho fatto una linguaccia alla ragazza del banco e lei rideva, oh come rideva, ma uno dei suoi colleghi mi ha detto vai fuori scemo. Lui è uno degli imbecilli. Pensa solo a guadagnare. E quando se la fa una risata. Voi donne invece volete ancora ridere. Ho detto, allora non è perché piove che ci vedi tristi. Gli ho sorriso. Mi ha sorriso. Mi ha detto, è stato bene che mi hai dato questa sigaretta. Tempo ben speso. Me ne vado col sorriso, e forse torno.   

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…so run, baby, run…

She was born in November 1963
The day Aldous Huxley died
And her mama believed
That every man could be free

Sveglia ore 6.30
Rifare letto, sistemare casa, preparare per la cena
Lavoro ore 7.30
Lavoro, lavoro, lavoro

So her mama got high, high, high
And her daddy marched on Birmingham
Singing mighty protest songs
And he pictured all the places
That he knew that she belonged
But he failed and taught her young

Treno x Roma ore 11.15
Studiare, studiare, studiare
Arrivo a Roma ore 12.20
Camminare, camminare, camminare
(pranzo?)

The only thing she’s need to carry on
He taught her how to
Run baby run baby run baby run
Baby run

Inizio lezione ore 14.00
Parlare, parlare, parlare
Fine lezione ore 17.30
Camminare, camminare, camminare

Past the arms of the familiar
And their talk of better days
To the comfort of the strangers
Slipping out before they say
so long
Baby loves to run

Treno per Frosinone ore 17.47
Leggere, leggere, leggere (probabilmente in piedi)
Arrivo a Frosinone ore 19.00
Camminare, camminare, camminare

She counts out all her money
In the taxi on the way to meet her plane
Stares hopeful out the window
At the workers fighting
Through the pouring rain

Casa ore 19.30
Doccia, doccia, doccia
Preparare la cena ore 20.00
Cenare, cenare, cenare
…………
e domani è un altro giorno….

…Slipping out before they say So long Baby loves to run…


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I don’t wanna wee…

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Dell’inverno, soprattutto, non sopporto una cosa: il freddo quando faccio pipì.
Lo so, non è una cosa figa da blog, né tanto meno uno di quegli argomenti che popolano la cronaca, per cui, doverosamente vengono spese parole, a torto o a ragione, da quasi tutti quelli che leggo.
Ma, tornando all’originale lamento, io, quando fa freddo, odio fare pipì.
Sono capace di trattenermi l’impellenza per ore ed ore, fino a quando divento blu per la sopportazione e corro sgomitando fino alla porta del bagno dell’ufficio o di casa, in base all’orario.
Che poi col freddo, sta stronza di paglierina, si moltiplica…le piace crescere, col risultato di un consumo superiore alla norma di rotolonireginaextralunghiprofumatiallacamomilla.
Per non parlare del gelo della tavoletta…
Mi farei torturare l’alluce da una capra piuttosto che poggiare le mie regali terga su quella lastra dell’ultimo iceberg resistente ed esistente sul globo terraqueo.
Unica e magra consolazione, il lavaggio delle mani con acqua calda dopo aver assolto al mio dovere di proprietaria di un corpo umano.
Io va a finire che la faccio seduta comodamente in poltrona.

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