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Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.

…elogio…

Me l’ha riportata alla mente una nota pubblicità che per ora passa in tv mille e mille volte al giorno…così ho ripreso il testo integrale e l’ho, con estremo piacere, riletto…come la prima volta che lo feci…mi emoziona ancora…
Lo so che non è cosa nuova…che si è sentita tante di quelle volte che davvero quasi stufa…però credo (soprattutto riguardo a discorsi recentissimi fatti in rete e non) che rinfrescare la memoria, in generale, serva a qualcosa…repetita juvant…dicevano i latini…e allora perchè non ricordare che i problemi di tutti i giorni partono proprio dall’approccio che noi adottiamo nel cercare di risolverli?
Chi di voi avrà la pazienza di leggere fino infondo, capira a cosa mi riferisco…cosa intendo con questo “elogio”…buona lettura!

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(Parla la Follia…)
Il nome mio lo sapete, miei cari… Quale attributo aggiungerò?
Con quale altro più nobile appellativo potrebbe la dea Follia chiamare i suoi iniziati?
Quale, se non Arcifolli?
Non il Caos, né l’Orco, né Saturno, né Giapeto, né alcun altro di questi Dèi decrepiti e fuori moda, fu mio padre, ma Pluto lui solo, [il dio della ricchezza], padre degli uomini e degli Dèi, con buona pace di Esiodo, di Omero e dello stesso Giove.
Un suo cenno, ora come sempre, mette sottosopra cielo e terra.
Il suo arbitrio decide della guerra e della pace, degli imperi, dei consigli, dei giudizi, dei comizi, dei matrimoni, dei trattati, delle alleanze, delle leggi, delle arti, delle cose scherzose e di quelle serie; da lui dipendono tutti gli affari pubblici e privati degli uomini.
E non mi generò nell’uggioso vincolo del matrimonio – in cui nacque il famoso fabbro zoppo – ma, ed è molto più dolce, in un amplesso d’amore, come dice il nostro Omero.
(…)
lnnanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita?
(…)
E’ forse con la testa, col volto, col cuore, con la mano, con l’orecchio (parti considerate tutte oneste) che si generano gli Dèi e gli uomini? No davvero!
Propagatrice del genere umano è quella parte così assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza ridere.
E, ditemi, quale uomo o donna vorrebbero porgere il collo al capestro del matrimonio se prima, secondo la consuetudine di codesti saggi, ne considerasse gli svantaggi?
E che cos’è poi questa vita? e se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita? Avete applaudito!
Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia?
E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me:
“Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno”.
E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima età dell’uomo è per tutti di gran lunga la più lieta e gradevole?
Ma che cosa hanno i bambini per indurci a baciarli, ad abbracciarli, a vezzeggiarli tanto, sì che persino il nemico presta loro soccorso?
Che cosa, se non la grazia che viene dalla mancanza di senno, quella grazia che la provvida natura s’industria d’infondere nei neonati perché con una sorta di piacevole compenso possano addolcire le fatiche di chi li alleva e conciliarsi la simpatia di chi deve proteggerli?
(…)
E’ per merito mio che i giovani sono così privi di senno; è per questo che sono sempre di buon umore.
Mentirei, tuttavia, se non ammettessi che appena sono un po’ cresciuti, e con l’esperienza e l’educazione cominciano ad acquistare una certa maturità, subito sfiorisce la loro bellezza, s’illanguidisce la loro alacrità, s’inaridisce la loro attrattiva, vien meno il loro vigore.
Quanto più si allontanano da me, tanto meno vivono, finché non sopraggiunge la gravosa vecchiaia, la molesta vecchiaia, odiosa non solo agli altri, ma anche a se stessa.
Nessuno dei mortali riuscirebbe a sopportarla se, ancora una volta, impietosita da tanto soffrire non venissi in aiuto io, e, a quel modo che gli Dèi della fiaba di solito soccorrono con qualche metamorfosi chi è sul punto di perire, anch’io, per quanto è possibile, non riportassi all’infanzia quanti sono prossimi alla tomba, onde il volgo, non senza fondamento, usa chiamarli rimbambiti.
Se poi qualcuno vuol sapere come opero questa trasformazione, neppure su questo farò misteri.
Conduco i vecchi alla fonte della mia ninfa Lete, che sgorga nelle Isole Fortunate – il Lete che scorre agli Inferi è solo un esile ruscello.
Lì, bevute a grandi sorsi le acque dell’oblio, un poco alla volta, dissipati gli affanni, torneranno bambini.
Ma delirano ormai, non ragionano più! Certo.
E’ proprio questo che significa tornare fanciulli. Forse che essere fanciulli non significa delirare e non avere senno?
E non è proprio questo, il non aver senno, che più piace di quella età?
Chi non vivrebbe come mostro un bambino con la saggezza di un uomo?
Lo conferma il diffuso proverbio: “Odio il bambino di precoce saggezza”.
E chi, d’altra parte, vorrebbe rapporti e legami di familiarità con un vecchio che alla lunga esperienza di vita unisse pari forza d’animo e acutezza di giudizio?
Io restituisco il medesimo uomo al periodo migliore della vita, al più felice.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, e vivessero sempre sotto la mia insegna, la vecchiaia neppure ci sarebbe, e godrebbero felici di un’eterna giovinezza.
In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia.
(…)
Se, infatti, secondo la definizione stoica, la saggezza consiste solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre, al contrario, la follia consiste nel farsi trascinare dalle passioni, perché la vita umana non fosse del tutto improntata a malinconica severità, Giove infuse nell’uomo molta più passione che ragione…
Relegò inoltre la ragione in un angolino della testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni.
Quindi, alla sola ragione contrappose due specie di violentissimi tiranni: l’ira, che occupa la rocca del petto e il cuore stesso, che è la fonte della vita, e la concupiscenza che estende il suo dominio fino al basso ventre.
Quanto valga la ragione contro queste due agguerrite avversarie ce lo dice a sufficienza la condotta abituale degli uomini: la ragione può solo protestare, e lo fa fino a perderci la voce, enunciando i princìpi morali; ma quelle, rivoltandosi alla loro regina, la subissano di grida odiose, finché lei, prostrata, cede spontaneamente dichiarandosi vinta.
Tuttavia, poiché l’uomo, nato per far fronte agli affari, doveva ricevere in dote un po’ più di un’oncia di ragione, Giove, per provvedere debitamente, mi convocò perché lo consigliassi, come su tutto il resto, anche a questo proposito; e il mio pronto consiglio fu degno di me: affiancare all’uomo la donna, animale, sì, stolto e sciocco, ma deliziosamente spassoso, che nella convivenza addolcisce con un pizzico di follia la malinconica gravità del temperamento maschile.
(…)
C’è forse qualche altro motivo che le faccia apprezzare dagli uomini più della follia? Che cosa mai non concedono gli uomini alle donne?
Ma in cambio di che, se non del piacere? E il diletto da nient’altro viene se non dalla loro follia.
Che questo sia vero non si può negare solo che si pensi a tutte le sciocchezze che un uomo dice quando parla con una donna, a tutte le stupidaggini che fa ogni volta che si mette in testa di ottenerne i favori. Ecco da che fonte sgorga il primo e principale diletto della vita.
Dio immortale, quanti divorzi, o fatti anche peggiori dei divorzi, non si avrebbero dappertutto, se la domestica convivenza del marito con la moglie non si rafforzasse nutrendosi di adulazioni, di scherzi, d’indulgenza, di errori, di dissimulazioni, tutte cose che appartengono al mio seguito.
Quanto matrimoni ci sarebbero, se il fidanzato saggiamente s’informasse dei passatempi a cui già molto prima delle nozze si dedicava la sua verginella così delicata e pudica in apparenza.
E, a celebrazione avvenuta, quanti ne durerebbero, se tante imprese delle mogli non rimanessero ignorate per la negligenza e la sciocchezza dei mariti!
E anche questo, a buon diritto, è da attribuirsi alla Follia, a cui si deve se il marito ama la moglie e la moglie il marito, se in casa regna la pace, se il vincolo dura.
(…)
In primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione.
Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie.
Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano.
(…)

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Io ho deciso…non mi resta altro da fare…soprattutto perchè vivo in un mondo che ha davvero poco a che fare con la razionalità…e voi?

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Archiviato in:bilanci, Funghetti Allucinogeni, mondo, patricia, poesia, sogni

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