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Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.

310

Ieri. Scendo dal treno. Affannata (solito ritardo di 20 minuti). Corro verso il 310 che mi porta dritto in ufficio. Vedo da lontano: l’autobus è già strapieno. Tentativo di entrare nella porta dell’autista fallito tragicamente causa calcio di una filippina con carrello della spesa e carrozzina contenente pargolo ululante. Tentativo di entrata nella porta di mezzo riuscito per il rotto della cuffia. Le porte si chiudono, uno studente, evidentemente di architettura recita tutto il calendario ecclestiastico: la cartellina con i disegni si è incastrata nelle porte. Viaggiamo con mezza cartellina dentro e mezza fuori. Temperatura interna sopra la media stagionale estiva. Aliti, ascelle, piedi e umori di qualsiasi età e provenienza si mescolano. Infilo il naso nella sciarpa per provare sollievo nello spruzzo di profumo che per fortuna non ho dimenticato di mettere, prima di abbandonare casa. Una signora, dopo la prima fermata, mi intima, nel vero senso della parola, di spostarmi da dove mi trovo, ti consiglio di buttarti sopra di me, basta che ti togli da lì. E mi indica un signore di mezza età di spalle. Ascolto il consiglio. Mi sposto. Praticamente la abbraccio. Mi volto per capire il motivo della sua premura. Il signore di prima inizia a palpeggiare una donna. Nel caos lei non se ne accorge. Lui continua. Lei scende. Sono scese un po’ di persone, l’autobus è leggermente più vivibile. Cambia donna. Stessa procedura: lei di spalle, lui dietro di lei. Inizia il suo lavoro, con un crescendo di intensità e bava alla bocca. La signora stavolta se ne accorge. Si volta rabbiosa. Lui la guarda. Sogghigna. Si apre l’mpermiabile e…si. Tutto all’aria aperta. Tutto alla luce del sole. Contemporaneamente si aprono le porte. L’autobus si svuota come per magia.

Pensavo che l’esibizionista fosse esistito solo negli anni settanta, mi dice la signora premurosa.
Evidentemente no, rispondo io. Grazie per prima.
Oh, figurati, ci mancherebbe.
Buona giornata signora.  
Anche a te, cara.

La saluto. Mi incammino verso l’ufficio.

Memorie allucinanti delle mie giornate a Roma.

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